Quando uno si arrabbia vuol dire che l'oggettività della vita si sta infiltrando nella propria realtà e gli fa traballare le sue costruzioni mentali.”

  

La polizia scientifica

La polizia scientifica nacque, nel significato moderno del termine, alla fine dell’800 in Francia. La necessità dell’identificazione dei soggetti che avevano già avuto trascorsi giudiziari, fu la “causa prima” degli approfondimenti scientifico-forensi che condussero all’adozione del sistema di Alphonse Bertillon (1853/1914), primo metodo scientifico di identificazione personale basato sul segnalamento antropometrico, come soluzione fondata su basi obiettive, anche se risultate, in seguito, inadeguate.


Il metodo consisteva nella rilevazione di undici parametri del corpo umano nell’insieme e, a parte, del capo e degli arti; si fondava sul principio che, dopo i 20-25 anni d’età, lo scheletro umano non si accresce e le dimensioni delle ossa sono tanto diverse da uomo a uomo da rendere impossibile trovare due persone con ossatura uguale.
Il “bertillonage” costituì indubbiamente una tappa importante nella storia dell’identificazione personale e fu adottato dalle polizie di molti paesi civili.
Esso, però, presentava notevoli limiti dovuti principalmente alla variabilità nel corso della vita dell’uomo delle misure previste ed alla difficoltà di rilevarle con precisione.
Gli studi sulle impronte digitali, allora in via di sviluppo, ed i progressi della fotografia e di altre tecniche fecero poi accantonare il bertillonage. Infatti, l’identificazione personale è oggi affidata in massima parte alla dattiloscopia, cioè all’archiviazione e ai confronti delle impronte digitali.
Vanno però assumendo sempre maggior rilievo le tecniche più recenti dell’esame del DNA e dei confronti (e dell’archiviazione) delle voci.
Dalla constatazione che ogni individuo ha impronte diverse da ogni altro, sono nati e sono stati approfonditi studi per mettere a frutto il fenomeno ai fini dell’identificazione personale. Il principio è noto sin dall’antichità, tanto che, in Cina ed in Corea, già da molti secoli le impronte digitali venivano apposte sui documenti contrattuali. Ancora oggi in alcune provincie della Cina, sui documenti di maggior rilievo, come gli atti di matrimonio, vengono apposte le impronte digitali insieme alle firme, a conferma della gravità quasi sacra dell’impegno assunto.
Gli inizi della dattiloscopia vengono generalmente fatti risalire alla pubblicazione, avvenuta a Londra nel 1686, di uno scritto del medico e biologo italiano Marcello Malpighi, fondatore dell’anatomia microscopica. Il titolo dell’opera era “De externo tactus organo”. In essa, lo scienziato esponeva gli studi che aveva compiuto sulle funzioni fisiologiche della pelle umana, che per primo aveva differenziato in una parte superficiale, l’epidermide, e in una sottostante, il derma o corion. In riconoscimento dei suoi studi, uno degli strati dell’epidermide è stato poi chiamato corpo mucoso del Malpighi.
Questi si era dedicato particolarmente allo studio e all’esame della mano e in particolare dei disegni costituiti dalle creste papillari sui polpastrelli e sulle palme.
Il merito di aver studiato la dattiloscopia appartiene, tuttavia, a molti studiosi tra i quali, però, spicca il cecoslovacco J. E. Purkinje (1787/1869).
Questi, nel 1823, aveva pubblicato un famoso scritto intitolato “Commentatio de examine physiologico organi visus et systematis cutanei”, nel quale tra l’altro si soffermava sulle creste papillari. Affermava la sua convinzione che, nonostante la loro infinita varietà, le impronte si potessero sostanzialmente ricondurre a nove fondamentali tipi di figura, ponendo, in questo modo, le basi della classificazione che è il presupposto logico per ogni loro utilizzazione ai fini dell’identificazione preventiva e giudiziaria.
Si trattava perciò di un importante passo avanti verso l’elaborazione di un sistema di classifica delle impronte papillari.
Dopo Purkinje, sotto altre latitudini e per vie diverse, hanno fornito un grande contributo allo sviluppo della dattiloscopia due inglesi, William Herschel e Henry Faulds.
Herschel aveva appreso questo studio della tradizione orientale ed aveva notato che era impossibile trovare due persone con due impronte uguali cominciando a studiare il fenomeno sistematicamente, raccogliendo nel Bengala, dove lavorava per il suo governo, un gran numero di impronte papillari, annotando con cura i disegni del loro sviluppo.
Lo stesso Herschel, che era incaricato del pagamento delle pensioni ai soldati dell’esercito indiano, aveva, in virtù dei suoi studi, preteso che ogni militare “firmasse” le ricevute con le impronte dell’indice e del medio della mano destra, così che nessuno potesse reclamarne due volte l’importo. Questa pratica gli aveva fatto scoprire, attraverso la registrazione delle impronte, di essere stato raggirato per anni da alcuni indigeni i quali si erano sostituiti ai legittimi beneficiari, che erano deceduti.
Nel 1880, in Giappone, l’inglese Henry Faulds, che lavorava come medico presso un ospedale di Tokyo, aveva iniziato a raccogliere ed esaminare impronte papillari. Con molto intuito aveva previsto la loro utilizzabilità pratica per identificare gli autori di reati, qualora fossero state rinvenute, appunto, sui luoghi dei reati.
Herschel aveva, dunque, intrapreso lo studio delle impronte digitali prevalentemente nell’ambito dell’identità preventiva, mentre Faulds aveva individuato la possibilità di mettere a frutto la scoperta nel campo dell’identità giudiziaria.
Questi studi e quelli di altri ricercatori hanno costituito il punto di partenza per un altro inglese, Francis Galton (1822/1916), considerato il massimo teorico della dattiloscopia, il quale nei suoi volumi “Fingerprints” del 1892 e “Fingerprints directories” del 1895 aveva riesaminato e riorganizzato tutta la materia. Egli ha posto le basi per tutti i sistemi di classificazione delle impronte digitali (compresa la classifica Gasti adottata in Italia), stabilendo che esse potevano essere, pur nella loro assoluta varietà, inquadrate in quattro modelli fondamentali: adelta, monodelta, bidelta e composta.
L’inglese organizzò, quindi, in forma sistematica tutti i contributi fino allora forniti ed enunciò tre principi basilari:
1. immutabilità: le impronte papillari non subiscono modificazioni morfologiche dalla vita intrauterina (durante la quale si formano) fino ai fenomeni degenerativi post-mortem;
2. variabilità: le impronte digitali sono sempre diverse l’una dall’altra, sia che provengano da due soggetti diversi, sia che provengano dalla medesima persona;
3. classificabilità: le impronte digitali sono classificabili perché costituite da tre fasce di linee riconducibili a quattro tipi di figure.

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