
Potenzialità Represse
Aveva cinque anni quando un tormento angoscioso si appropriò del suo animo. Che gli provocava forte malessere di giorno, e uno strazio di notte. La causa era quel sogno. Sempre lo stesso. Almeno così gli sembrava. Poteva in effetti cambiare qualche particolare, questo non riusciva dirselo, perché al mattino non ricordava molto di quel susseguirsi di immagini.
Non ricordava. Oppure voleva solo dimenticare. Non pensandoci. L’ angoscia che gli rimaneva nell’animo era sempre uguale. In cuor suo sapeva che la causa era quel sogno. Un sogno che era il ripetersi ossessivo di un episodio che aveva vissuto. Che aveva subito. Un bambino di cinque anni può solo subire.
Un’ansia che si tramutava in panico che gli faceva tanto male. Un dolore infinito, dentro di lui, lì, proprio lì, dove c’era anche il cuore, che batteva all’impazzata e che arrivava fino a togliergli il respiro, se ci si soffermava il pensiero. Cercava quindi di pensare ad altro.
Ad un certo punto il malessere divenne altalenante: c’era e non c’era. Compariva, ma poi se ne andava se riusciva non pensarci. Poi tutto sparì. Riuscì a respingere quel ricordo, e il dolore ne andò.
E’ il miracolo che compie la rimozione: sparisce il ricordo e con lui il dolore. Ma non si distrugge nulla del nostro vissuto. Rimane tutto nascosto dentro una cassaforte che abbiamo nell’animo. Qualche volta per sempre, alle volte solo momentaneamente. Queste esperienze possono ritornare a galla con il fine di far tanto male se non vengono elaborate in tempo. Perché se elaborate, si affrontano con equilibrio.
Il bambino ricominciò a dormire sereno e a non bagnare più il letto. A non essere più picchiato dalla mamma e umiliato davanti ai fratelli per questo. Fratelli più grandi e fratelli più piccoli. La mamma era solo intenzionata ad educarlo, questo intimamente lo sapeva. Perché doveva divenire grande. Lei non era al corrente della sua paura notturna. La paura può benissimo far fare la pipi a letto specialmente quando si è bambini.
Intanto il tempo passava e il bambino diventava grande. Aveva quasi diciotto anni quando rivide quell’uomo. Lo rivide mentre entrava in casa sua. Era proprio lui anche se la barba era diventata tutta bianca. Lo rivide, racchiuso dentro un saio come allora, mentre consegnava a stento, a causa di un braccio meno libero dell’altro, il “Calendario della Carità” alla mamma e metteva dentro la grande sacca a tracolla alcune lire che lei gli aveva dato. E lo vide accettare di buon grado la tazza di the che la mamma gli aveva offerto, mentre lui, si sentiva fortemente contrariato. Fuori faceva freddo, e l’uomo calzava in sandali aperti i piedi nudi. L’ uomo si sedette. Si sedette anche la mamma. I due conversarono a lungo, sorseggiando il the, proprio al grande tavolo della cucina dove, da sempre desinava tutta la famiglia. Era come si conoscessero da sempre.
E sì, la mamma si lasciava andare a parlare con quelli che lei considerava religiosi, perché erano persone che volentieri elargivano consigli, erano uomini molto vicini a Dio, persone giuste. Parlava lamentandosi. Lei si lamentava sempre, inconsapevole che ci si lamenta perché insoddisfatti della propria situazione. Si lamentava di questi figli, tanti figli, che non ubbidivano e che non erano stati bravi a scuola. Lei non era stata fortunata con i figli. Mentre i figli delle altre donne erano i migliori del mondo.
Il ragazzo iniziò a sentirsi infastidito da quello sguardo pesante che aveva quell’uomo su di lui. Che non si abbassava mai. Fissato a lungo, da quell’ uomo dal cui volto si sprigionavano due occhi da lucifero e una bocca atteggiata a ghigno colmo di ilarità. Riconosciuto e infastidito da lui, umiliato da lei. Poi quell’ uomo ebbe la sfrontatezza ammiccando di sorridergli, e, in un colpo solo, dall’animo del ragazzo, riemerse tutto quello che era rimasto represso con sforzo per anni, facendo scoppiare una collera violenta.
Mentre la ragione gli imponeva il controllo. E così doveva rimanere, perché Dio vede e castiga i malvagi.
Non contento, quell’essere spregevole dall’alto del suo gioco malvagio, interruppe la mamma, per far uscire dalla sua bocca una frase di intesa diretta proprio a lui: - “Alle volte ai bambini buoni porto i cioccolatini”. – e come conclusione gli ridacchiò a tutta faccia contro la sua faccia.
Una saetta di violenza oltrepassò il cervello del ragazzo, scatenandogli forti scosse elettriche in tutto il corpo. Gli riaffiorò quel ricordo. Che non era solo ben chiaro nella sua mente ma ora gli galleggiava nell’animo pesantemente: un forte oltraggio subito che gli aveva tolto per sempre il diritto alla gioia fanciullesca. E profondi problemi inconsci, anche ora che si avviava ad essere grande.
E perse il possesso di sé. La rabbia può accecare.
Fu invece un forte impulso vendicativo ad impossessarsi di lui portandolo a decidere: avrebbe aperto quel cassetto dove era riposto, tra altri, un grosso coltello per tagliare il pollame, e con quello, si sarebbe fatto giustizia. Con lo sguardo fisso su di loro aprì il cassetto, e infilata la mano, mentre tastava dentro per riconoscere dal manico il coltello giusto, arrivarono le parole della mamma: ‘cosa stai cercando?’ che lo scossero. Fremette tutto, mentre la coscienza della ragione lo fece tornare in sé.
Un conato di vomito giustificò ai due il suo ritirarsi.
Rabbioso, e castrato psicologicamente per le forti umiliazioni subite, passate e presenti, entrò in camera da letto chiudendosi a chiave. Si distese. Allungò la mano, la posò sul pene e se lo malmenò con rabbia finché non eiaculò per una terza volta.
Esausto si addormentò. E rifece quel sogno.
-La mamma in casa non c’è. Lei tutti i pomeriggi esce lasciando i bambini da soli.
Tra un susseguirsi di luci ed ombre, lui, cerca di uscire di casa di sottecchi senza farsi accorgere dai fratelli.
E’ euforico sentendosi finalmente protagonista. Lusingato, che qualcuno al di fuori della famiglia entro la quale si sente un isolato, si interessi a lui.
E’ come un senso di rivalsa: ci si dirige sempre verso la gratificazione. Gli avrebbe portato un sacchetto di cioccolatini. Ecco è là e lo sta aspettando.
Si lascia abbracciare. Ma quelle forti e grandi braccia lo trattengono a lungo troppo forte. Non capisce che cosa abbia a che fare tutto questo con un abbraccio.
Si interroga sui cioccolatini. Ma lui non glieli offre.
Ridacchiano un poco per quel gioco strano che lo fa rimanere tra quelle braccia mentre in effetti il bambino cerca di liberarsi. Quelle grandi manone lo toccano, lo accarezzano e lui prova piacere. Per qualche attimo smette di dimenarsi, il piacere ha maggior potere.
Poi viene invaso da una sgradevole sensazione, sentendosi fortemente infastidito. Benché bambino percepisce che c’è qualcosa di inconsueto entro cui non riesce a far luce, pur cercando di capire cosa gli stia succedendo.
C’è un ombra da lontano che sta giungendo.
Si distraggono entrambi.
E il bambino trova la via per svincolarsi e scappare.
Si sente ingannato doppiamente, anche se dei cioccolatini non gli importa più nulla. Corre facendo fatica, il respiro è affannoso. Corre verso casa mentre un liquido caldo gli bagna le gambe.
Deve entrare in casa dove ci sarà certamente la mamma pronta a picchiarlo. Ma lui non dirà niente di quello che gli è successo.
Tra luci e ombre il cancello è ancora socchiuso come lo aveva lasciato. Anche la porta di casa. Quindi la mamma è ancora fuori.
Alla terrificante paura di quello che lo poteva aspettare, si fa spazio la speranza che tutto possa essere finito.
Ma poi tra luci ed ombre c’é quell’uomo che lo rincorre e chissà perché quella porta di casa non era della sua casa…
Un rumore tamburellante lo scosse. Aprì gli occhi e ripresosi in possesso, rispose a chi stava bussando alla porta.- “No. Non ho fame.”- Era avvolto in un odore nauseabondo, totalmente bagnato di sudore, di nuovo posseduto da quell’ antica angoscia travolgente, malgrado cercasse di pensare ad altro.
Ma si era fatto tardi. Doveva recarsi in fabbrica. Aprì la porta della camera. Dal chiacchiericcio che proveniva dalla cucina capì che erano tutti raccolti a tavola. Liberamente entrò in bagno e si lavò con cura. Il gettito di acqua fredda non lo aiutò a riprendersi. Il sangue gli martellava nelle tempie procurandogli un dolore insopportabile alla testa e quell’angoscia lo tormentava facendolo a tratti tremare tutto. Rabbia e inquietudine salivano dal sub-conscio anche se lui cercava di respingerle con forza, per la rimozione.
Non si presentò al convivio familiare. Uscì e prese a camminare a passo svelto, il capo chino e le mani in tasca. Era in ritardo. Per affrettarsi decise di tagliare per via Sabotino, una strada sterrata, frequentata solo da qualche passante, costeggiata da una parte dalle possenti mura di una caserma e dalla altra da un canale. Camminò dapprima protetto da quelle mura, poi sentendo qualcuno dietro di sé, per non caricare al dolore anche un fastidio, attraversò costeggiando il canale. Camminava in fretta e ogni tanto buttava lo sguardo verso quel lungo corridoio dove l’acqua melmosa correndo veloce, sembrava sfidarlo ‘a chi faceva prima.’ E inconsapevolmente sorrise.
Gli venne in mente che da bambino, ritornando da scuola, trovò insieme ad alcuni compagni, appena un poco più giù dalla riva, un sacchetto di iuta con dentro qualcosa che si muoveva. Tutti insieme, incuriositi più che impauriti, si avvicinarono e da un buco nel sacchetto che si allargava sempre di più, capirono che vi erano racchiusi diversi gattini appena nati. - ‘ Senza ombra di dubbio messi dal padrone che voleva disfarsene. - aveva commentato il più grande del gruppo, dando, forte della sua veste di capo , un calcio al sacchetto facendolo rotolare dentro l’acqua, giustificando che in quel modo la morte per i gattini sarebbe stata meno dolorosa. Poi, senza fiatare se ne andarono tutti senza neppure voltarsi indietro.
La sensazione che ci fosse qualcuno camminare dietro di lui, ritornò reale. Tentò di resistere dal voltarsi, ma quando sentì una grossa mano inserirsi in mezzo alle gambe, si voltò di scatto. Era proprio lui con quel largo sorriso gracchiante a tutta faccia. Ciò che aveva cercato di reprimere nell’ animo fino ad allora si tradusse in un impulso violento, dove non c’è spazio per la consapevolezza ma solo rabbia, senso alto di vendetta, violenza estrema.
Gli sferrò un pugno e quell’ individuo preso alla sprovvista, cadde in terra. Poi l’animale feroce che viveva in incognito da tempo nell’animo del ragazzo, si avventò contro il molestatore, calciandolo sui genitali con violenza fino a che non lo vide tramortito. E terminò l’opera facendolo rotolare dentro l’acqua, che come un pesante sacco di patate sprofondò sparendo.
Il ragazzo riprese a camminare, senza voltarsi indietro, con le mani in tasca e il capo ora fiero, alto, fisso in avanti.
Un gettito di aria fresca gli accarezzò il viso e gioiosa gli riempi i polmoni. E lui l’accolse volentieri respirando intensamente, profondamente diverse volte, provando un senso di libertà, mai provato prima.
Immessosi nella strada principale si incontrò con un gruppo di ragazze. Ce ne era una particolare che lo attraeva fortemente.
Sentì un forte desiderio di abbracciarla e chissà perché si immaginò nudo accovacciato insieme a lei, baciarla a lungo.
Le sorrise. Lei sentendosi prescelta, rispose orgogliosa e ritornando su i suoi passi lo affiancò.
Dal canto suo il ragazzo allungò il braccio appoggiandolo sulla spalla di lei. -“Ciao come ti chiami. “ – “Ludovica.”
Si sentì finalmente libero con infinita voglia di vivere. Con un avvenire davanti a ‘loro’ stracolmo di speranze.
L’animale rabbioso che aveva portato dentro di sé a lungo, era scomparso. Pure l’angoscia. E non avvertiva neppure quel dolore che gli aveva legato per lungo tempo mente e corpo.
Il presente capitolo del romanzo "Intrighi in convento... con delitti", opera della giornalista e scrittrice Francesca De Fontaine, è pubblicato su Babelweb.it per gentile concessione dell'autrice unica titolare dei diritti d'autore.
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Intrighi in Convento...Con delitti 
