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Sei in Prima Pagina Argomenti Le rubriche degli amici I racconti di Francesca Boomerang

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I racconti di Francesca


Vide la sua posizione di fronte alla vita mutata radicalmente. Ottenere una seconda laurea a pieni voti, conquistare l’ambito posto dirigenziale e decidere di far vivere in prima persona l’altra parte di sé che fino ad allora era rimasta celata, fu per Kate una cosa sola. 

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Una sensazione leggera, che stava prendendo forma con forza tanto da farle perdere il fiato, era la sicurezza orgogliosa di essere giunta ad un primo, grande traguardo della sua vita e di partire con il piede giusto verso un altro obiettivo più esaltante: diventare, arrivare!! Sentiva dentro di sé che per lei era oramai la più grande aspirazione e che per raggiungerla avrebbe scelto di indirizzare tutta se stessa, eliminando ciò che la poteva distrarre. Decise, allora, in un attimo, che non si sarebbe mai sposata.

La relazione con Martin, vissuta con spensieratezza ed entusiasmo fin dall’età del liceo, si era trasformata improvvisa-mente in una situazione di disturbo. Gli incontri con lui, anche se divenuti sempre più radi, rappresentavano un intralcio alla sua libertà. Martin era certamente un uomo da sposare, ma dato che lei un marito non lo voleva, ruppe il rapporto in un modo assai insolito. Martin una mattina trovò nella buca delle lettere un bigliettino:
«Amo, adoro il mio lavoro sinceramente, tanto da non aver abbastanza tempo da dedicare ad un uomo. Scusami, se vuoi. Addio. Kate».

Bella, intelligente, sicura di sé, dirigente grintosa, prendeva grandi decisioni senza mai sentire la necessità di consultarsi con qualcuno. E se le sue decisioni influivano negativamente sulla vita degli altri, non se ne preoccupava minimamente. Al rispetto della regola scritta, vantava il diritto all’eccezione.

«Esiste la regola solo se esiste l’eccezione» usava ripetere spesso.

Sapeva far prevalere il suo arbitrio, giustificandolo come discrezionalità. La sua discrezionalità, vissuta in qualità di regola, mutava con la stessa velocità con cui mutavano i suoi capricci, imposti come necessità aziendali.

Fredda, distaccata, si rese conto ben presto, ma già in ritardo per cambiare, di essere irrimediabilmente intossicata dal piacere che le dava il potere e che, in questo mondo pieno di dubbi, aveva trovato in esso la sua unica certezza.

Nella sua vita privata non esisteva nessun uomo, ma le relazioni amorose non le mancavano. L’ottenere tutto senza fatica, le dava una sicurezza e un certo diritto. Si prendeva quindi ‘la libertà’ di disturbare il matrimonio delle altre.

Erano comunque relazioni che seguivano tutte la stessa regola: prima l’eccitamento della corte, poi il fuoco della passione e la certezza della fine. Tutto ciò non le lasciava nell’animo la benché minima traccia, perché era sempre tutto scontato, tutto calcolato e previsto.

Utilizzando l’entusiasmo di una ragazzina cominciò a corteggiare Makej e lo invitò a cena disinteressandosi del fatto che fosse coinvolto in una relazione consolidata con la collega, Annette. Makej rimase lusingato da tanto ardore, ignaro purtroppo che ciò facesse parte di un piano diabolico di Kate: distruggerlo!! I motivi erano diversi anche se convergenti.
Si diceva in giro che Makej fosse un autentico donnaiolo e che usasse le donne per poi buttarle, questo aveva fatto scattare in lei un senso di sfida. Non solo, ma Makej, unico nipote viziato del Presidente dell’Azienda dove lavoravano entrambi, poteva rappre-sentare per lei, in un domani oramai prossimo, un ipotetico rivale in carriera. E da questa competizione, lei non ne poteva uscire seconda. Il suo piano era talmente eccitante da procurale scariche di adrenalina.

***
La simulata indifferenza che dimostrava verso gli eventi, era per Annette solo uno strumento di autodifesa, una filosofia di vita imparata sin da bambina, quando si rese conto che essere orfana volesse dire prima di tutto non avere nessuno che ti rappresenti e che garantisca per te; vivere in disparte, era un modo per non essere coinvolta e più facile per chi deve cavarsela da sola... Ma con Makej, fu diverso.

Si era lasciata andare in un rapporto intenso e profondo, tanto da annullarsi e annullandosi si era persa.
«Ti amo tutto» gli diceva spesso, e amando tutto il suo essere ne esaltava i lati positivi e giustificava quelli sbagliati.
Ma ora non voleva ammettere a se stessa che se amava lei, il sentimento poteva non essere ricambiato. Non voleva ammettere a se stessa che due persone possono vivere insieme la stessa storia ma in modo diverso.

Annette si avvicinò a Makej, allungò una mano appoggian-dola sul suo viso e accarezzandolo dolcemente:
«Non puoi lasciarmi così improvvisamente» gli disse mentre le lacrime scendevano indifese, e continuò, mentre la voce usciva spezzando le parole: «Io ti amo tutto, tutto. Amo la tua anima. Ho colto in te quel bambinone che ti porti dentro con le sue paure, le angosce, le sofferenze, le malinconie, le incertezze. Io amo l’uomo che c’è in te con i suoi desideri libidinosi. Io amo il tuo sedere troppo bianco e il tuo torace con quei tre peli contati. Ti ricordi quante risate perché non lo ritenevo virile. – E continuò in un modo quasi isterico come chi sta vivendo un momento troppo doloroso e intenso e che si trova sul punto di perdere l’equilibrio. - Io amo Lui. Lo sai benissimo quanto lo ami! Lui sempre sveglio, orgoglioso, sicuro di sé. Lui sempre pronto! Io ti amo tanto che vorrei mangiarti, per tenerti sempre con me, per farti divenire parte di me».

Makej, vinto dalle sue parole, non si trattenne. La prese fra le braccia e lei come un cucciolotto, si nascose dentro. La strinse a sé fino a farle perdere il respiro, per poi ritrarla con forza quasi fosse pentito di quell’abbandono strappato e non voluto. Lo sguardo di Annette incupì. Le labbra si serrarono a sigaretta. Era umiliata, offesa, prostrata. Si asciugò con la manica le lacrime che le avevano arrossito gli occhi, e gli puntò un dito, scandendo adagio le parole:
«E ora vorresti lasciarmi dandomi anche delle colpe? Io ti ho amato con tutta la tenerezza di cui ero capace, con tutto l’entusiasmo, con tutta me stessa. Io davo e tu prendevi ed ora vorresti darmi delle colpe? Tu sei falso».

Ora Annette era furiosa e Makej non l’aveva mai vista così. Ma cominciava pure ad essere infastidito dalle sue parole.
Ritornò al tavolo per prendere le sue cose e si avviò verso la porta. Annette lo precedette, chiuse la porta a chiave, poi si voltò verso di lui, con le mani dietro la schiena con tono di sfida: «Nooo, tu non te ne andrai senza prima avermi ascoltato. Con te non c’è equilibrio. Tu pretendi fiducia e io ti ho dato tutta la fiducia di cui sono capace. Ma quante volte l’hai tradita? Tu sei talmente falso e traditore che riesci a mentire anche a quel personaggio immaginario dentro il quale, volta per volta, ti nascondi. Sei talmente falso che non sai nemmeno chi sei».

Annette era esausta, parlava a fatica, il respiro le si era fatto affannoso, ma tosta come era, sembrava volesse continuare, fino ad essere sopraffatta dalla stanchezza totale. Makej ne aveva abbastanza, voleva andarsene.
«Apri la porta» le intimò. «Noo, non ho ancora deciso di farti andare» ribatté lei.

Makej le si avvicinò, le ispezionò le mani, ma non trovò la chiave. «Certamente l’avrà nascosta addosso» pensò; ma non aveva più intenzione di toccarla. Poi gli balenò un’idea. Annette non gli voleva dare la chiave? E allora lui avrebbe scavalcato il balcone. E così fece. Con un balzo se ne andò, lasciando Annette sfinita, umiliata perché aveva dato senza pretendere la sua parte. E ancora ignara che l’immagine della persona amata sia più dura a morire dell’amore stesso, perché tutto ciò che è passione, desiderio, tutto ciò che costituisce il presunto sentimento è legato all’immagine.

Intanto Makej sulla strada di ritorno a casa ripensava alle parole di Annette che lo avevano toccato nel profondo; erano state come proiettili che erano riusciti ad incrinare la forte corazza dentro la quale aveva nascosto se stesso. Si scoprì cambiato profondamente. Cercò di ricordare da dove e perché era iniziato il lungo e lento processo che lo aveva portato a mutare così radicalmente. Ma non si ricordava l’inizio e neppure la fine. Era cambiato senza rendersene conto. Gli vennero in mente alcuni momenti irripetibili trascorsi con Annette e si commosse interiormente. Ma tutto questo ora non gli doveva importare. Era giovane ‘lui’ e doveva prendere tutto ciò che la vita gli donava. Non voleva limiti ‘lui’. Ora l’uomo Makej aveva davanti a sé l’opportunità di vivere una relazione con una donna vera e né Annette né nessun altro aveva il diritto di limitare la sua libertà.

***
Makej notò nell’abbigliamento di Kate qualcosa di esagerato. Bellissimi seni scoperti. Vestito trasparente dal quale si intravedevano gambe lunghe, sode. Occhi neri, infinitamente grandi, intriganti, lo ispezionavano e non lo lasciavano in pace un attimo, in sintonia con le carnose labbra atteggiate in un sorriso maliziosamente perenne.
«Non era certamente il tipo di donna che assomigliasse ad Annette» pensò.

Al ristorante gli occhi dei commensali erano per Kate, e lui si sentiva invidiato e fortemente ammirato. Si lasciò condizionare dall’atmosfera, anche se si era reso conto che malgrado la grande offerta di sé, non trovava per Kate fortissima attrazione.
Accettò dopo cena l’invito a salire in casa, e scoparono. Quando uscì da lei non si accorse di avere lo sguardo velato di malinconia; era come se davanti a sé fosse calato un telone di tristezza. Ma dal giorno dopo fecero coppia. Lui si lasciò coinvolgere da tutto ciò che voleva lei anche senza convinzione.

Stare insieme a Kate lo faceva sentire un maschio affermato. La storia prendeva, con celerità, forma ed ampiezza. Si sentiva ogni giorno sempre più coinvolto, anche se sempre meno convinto. E quel velo di malinconia diveniva sempre più evidente. Ma quel giorno si accorse di essere in preda ad una sottile e insistente inquietudine. Si fermò per scrutarsi. Dal subconscio venne a galla un dubbio: che causa del suo malumore fosse proprio Kate. Aveva una percezione strana, come se si sentisse castrato. Era come se circolasse in Azienda da un po’ di tempo, proprio da quando stava con Kate, un’aria di reticenza, un malumore generale proprio nei suoi confronti. Era come se, proprio lui, sempre amatissimo, non avesse più con i colleghi quel rapporto di trasparenza, quell’orgoglio di guardarsi negli occhi, quel camera-tismo che porta a darsi una pacca sulle spalle.

«Ma che fossero gelosi del mio rapporto con Kate?» pensò. Ma lui non sapeva che in giro si vociferasse della sua semimpotenza; non sapeva che quella stanchezza, quella incapacità improvvisa alla concentrazione fosse causata da quella polverina che Kate ogni tanto gli versava nel bicchiere. Quella polverina gli dava una euforia immediata per poi offuscargli la mente fino alla depressione.
Makej si rese conto che proprio da quando stava con Kate, aveva incominciato a disertare gli impegni di lavoro, a sentirsi stanco e molto preoccupato per il giorno in cui avrebbe dovuto patteggiare con l’incarico di vicepresidente.
Doveva battersi con Kate illustrando una relazione dal tema: «Il futuro della telefonia. Quali i rimedi per un ritorno alla produttività. Quali prospettive per il settore dopo il monopolio».

Era preoccupato, anche se era certo che l’incarico sarebbe stato assegnato a lui in quanto membro della famiglia. Ma anche Kate era certa di farcela.
Annette si faceva vedere in giro per i corridoi della azienda solo quando era strettamente necessario. Era silenziosa e sempre più pallida. Voleva con tutte le sue forze liberarsi da quella situazione e riprendersi in possesso. Ma ogni volta che pensava a Makej veniva invasa da un senso di vertigine che coinvolgeva tutto il suo essere. Sembrava impossibile per lei uscirne anche se si era resa conto di quanto sentimento stesse sprecando e di quanto fosse inutile tutta quella sofferenza.

Quel giorno vide, non vista, Makej. Come era cambiato!
«Dove è finita la mia grande aquila?» si disse mentre gli occhi le si gonfiarono di lacrime. «Come può, questo grande e fiero animale, che vola da sempre in alto nell’aria, con le sue ali spiegate, lui l’eterno padrone dell’immenso, ad un certo punto decidere di mettere la testa fra le ali e lasciarsi trasportare, fino a perdere direzione?».
Anche Makej aveva cambiato rotta, mutando radicalmente i connotati.

***
Venne il gran giorno. Tra la folla c’era anche Annette che intravide Kate, al bar aziendale, alle prese con due bicchieri, in uno dei quali fece scivolare una polverina. La sua reazione fu immediata. Fece squillare un campanello che richiamava Kate in ufficio e senza essere vista scambiò, proteggendosi con un tovagliolo, l’ordine dei bicchieri.

L’iniziativa di Annette fu fatale sia per i protagonisti che per tutta l’azienda. Da lì a pochi istanti Kate stramazzò a terra. Quella polverina che a Makej, sano come un pesce, lo faceva solamente deconcentrare, a Kate invece malata a sua insaputa di una strana malattia cardiaca, fece stare tre giorni in coma per passare a miglior vita.
Ne venne coinvolto anche Makej poiché dai prelievi di sangue effettuati a tutti dipendenti, risultò positivo.
Perché usava quella sostanza?

La sua negazione fece irritare il magistrato che seguiva le indagini. Makej, indagato, venne momentaneamente sollevato da ogni incarico. Venne chiamata Annette. La taciturna sofferenza che portava con sé da mesi l’aveva smagrita; quel viso pallido dava un senso, a chi la osservava, di un fascino femminile particolare, quegli occhioni grandi e tanto tristi, quelle labbra carnose che si esprimevano in un sorriso quasi comandato.

Con il Consiglio di Amministrazione fu un vero esame di tutto. Fragile nell’aspetto ma ferrea nelle risposte, esprimeva una grande forza di carattere; precisa e pronta nel rispondere ad ogni domanda, partecipe ma insieme distaccata, faceva trasparire una particolare signorilità.

Decisero di concederle l’incarico anche se provvisoria-mente. All’uscita dalla Camera di Consiglio c’era ad attenderla un fragoroso battito di mani. Tra tutte quelle facce cercò quella di Makej. Fu lui ad andarle incontro. Le prese le mani tra le sue. Quel contatto umano la sciolse in una commozione silenziosa. Avrebbe voluto lasciasi andare ancora una volta, per annullarsi fra le sue braccia. «Conosco la verità - stava per dirgli - ti tirerò quanto prima fuori da questa situazione».
Si fissarono a lungo negli occhi e lei ebbe l’impressione di non riconoscerlo. Makej le era diventato un estraneo. Sentì un profondo disagio che le fece liberare le mani dalle sue. Così la figura esile di donna rimase imperterrita. Non proferì parola. Era morta l’immagine di Makej e si era liberata dal dolore. Sorrise con malizia, compiaciuta si sé. Si sentiva vittoriosa. Finalmente la vita le dava la possibilità di riscattarsi di tutto.

...Non gli doveva dire proprio niente...

di Francesca De Fontaine

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