La spesa continuò a volerla fare “Lui”
| I racconti di Francesca |

Nella grande commedia che è la vita ... la spesa continuò a volerla fare “Lui”.
Da quando la mamma se n'è andata, la spesa vuole farla “Lui”. “Ma papà, fare la spesa è un'arte, occorre esserci abituati. Lo sai meglio di me che non ci si improvvisa capaci.” “Sono stato per anni un dirigente, vuoi che non sia capace di comperare un chilo d'insalata?” “Già, papà, l’insalata non si compera a chili. Fatti accompagnare, qualche volta. Non sei mai voluto entrare in un supermercato, con la mamma.”
Ma la sua suscettibilità prevalse e mi rivolse uno sguardo fulminante. Lo guardai a mia volta, provando in simbiosi sentimenti contrastanti: ribellione e tenerezza comprensiva. Aveva appena superato la sessantina. Appariva un uomo asciutto, con un bel viso contornato da folti capelli, più lunghi volutamente del dovuto, brizzolati alle tempie, lucidi di un antico ramato, due occhi grandi e, come un felino, sempre all’erta, pronti a diventare feroci quando gli occorreva difendersi. Carattere tosto e determinato, maturato nell’arco di un'attività lavorativa che gli aveva dato l’occasione di dimostrare spiccata abilità, gli era rimasto quell’esasperato bisogno di affermazione per qualsiasi cosa facesse, quel dimostrare agli altri di non sbagliare mai e il sacrosanto diritto all’ultima parola.
Il suo imporsi non mi dispiaceva, perché vedevo in lui la fermezza di non arrendersi per rimanere sempre a galla, ma contemporaneamente mi terrorizzava quella inesauribile, ma soprattutto disarmante, distrazione, che lo accompagnava da sempre, motivo di disperazione per mia madre. Distrazione e prepotenza non sono due elementi che possano convivere facilmente, anche se “Lui” ci provava. A nostre spese, naturalmente.
Ricordo che, quando ero piccola, usciva sempre per primo la mattina, dimenticandosi spesso le chiavi di casa, fatto che lo faceva rimanere fuori diverse ore ad aspettare. E a nulla valse la brillante idea di mia madre di infilargli le chiavi dentro le scarpe: in quanto ignaro sì, ma geneticamente dispettoso, succedeva che quelle mattine decidesse improvvisamente di cambiarsi le scarpe. Dimenticarsi le chiavi di casa era solo un aspetto del problema: la parte peggiore poteva essere che, una volta entrato, le lasciasse involontariamente appese fuori, sull’uscio. “Così non devi stare fuori al freddo delle mezz'ore a cercare le tue nel caos della borsa.” L’immediatezza della risposta mi sorprendeva e, senza lasciarmi il tempo di pensare, mi disarmava, facendomi sentire quasi in colpa, incapace di capire che aveva voluto solo agevolarmi; in un secondo momento, subentrando la consapevolezza, il cervello mi montava in fibrillazione.
“Fammi la lista di quello che occorre in casa” mi disse con ruvida cortesia, ritenendo chiuso l’argomento. Il venerdì seguente, giorno insindacabile per svolgere la sua nuova attività, si dimenticò diverse cose sul tavolo, tra cui anche, naturalmente, la lista della spesa. Ma a cena aveva qualcosa da riferire…. Pesando con cura le parole, lo sguardo attento ad ogni mia reazione, come per valutare l’effetto del suo racconto, mi disse: “Una ranocchia di donna, gambette secche-secche messe maggiormente in evidenza da una gonna inelegantemente corta, specialmente per la sua età, occhi piccoli più di una corona di spillo, labbra sottili a sigaretta, si è permessa di cambiarmi il carrello. Con premeditazione, per giunta!” e sottolineò "con premeditazione". “No papà, non dirmi questo, che mi mandi in depressione
C’e’ un carrello con un fiocco azzurro per i maschietti, forse? Non sono tutti uguali?” L’amore verso papà era così intenso che pensare potesse essere sulla soglia della demenza senile mi faceva davvero male. Meglio prepotente che imbecille. Ma, concludendo mentalmente che imbecille non lo era ancora, arrivai a pensare che quel particolare modo di esprimersi potesse essere solo uno stratagemma per essere sollecitato a continuare, in quanto l’episodio poteva nascondere un risvolto.Vedendomi incerta ad aprir bocca, fu lui che parlò: “Mi sono reso conto del motivo per il quale mi ha sostituito il carrello solo all’uscita del supermercato, quando, riattaccandolo agli altri, è uscita una moneta da cinquecento lire e non da due euro, come avevo messo io.”
“Geniale!” esclamai, scoppiando in una fragorosa risata che lacerò l’aria muta della nostra grande cucina, mentre lui, il grande dirigente, ostentava una falsa umiliazione, poiché fregato da una “donnetta”, con le gambe a ranocchia, per giunta. “Il bisogno aguzza l’ingegno. Fare giornata le sembrerà uno scherzo!” conclusi, mentre le parole mi uscivano a singhiozzo. L’episodio si chiuse con una sua frase intimidatoria: “Se la trovo, quella…” Il venerdì seguente, giorno oramai inderogabilmente destinato alla spesa, la situazione variò di qualche tono, ma certamente non migliorò. Si ricordò del bigliettino che gli avevo stilato, lo seguì pedissequamente ma, una volta alla cassa, si rese conto che nel suo carrello era depositata solo la metà della merce che aveva estratto dagli scaffali. Non trovò altra spiegazione che dire: “Molto probabilmente parte della spesa sarà finita in un altro carrello.” La sua furbizia stava proprio nella scelta delle parole: “sarà finita” e non “erroneamente l’avrò messa”.
A nulla valse, per la volta successiva, sempre un venerdì, s'intende, proporgli la mia presenza. Non si sbagliò carrello, aveva con sé la lista della spesa, ma non il portafoglio. “Pensa che ho dovuto mettere il carrello in un angolo - disse fingendosi accorato – ma, andato all'auto per prendere il portafoglio, quello non c’era.” Già, la responsabilità era di "quello", che non si era fatto trovare, non del fatto che se lo era dimenticato a casa. “Peccato” disse guardandomi a lungo, mentre leggevo nel suo sguardo un atteggiamento sinistro, come di chi ha ancora qualcosa da dire. “Non fa niente, papà.”- “No, invece peccato, - interruppe “Lui” catturando il mio sguardo, con la pretesa della massima condivisione - non fosse altro per la meravigliosa zuppa di pesce che volevo farti per cena stasera.
” Non saprò mai come abbia potuto il mio cuore di donna non scoppiare per l'improvvisa e violenta risata in cui esplosi e che coinvolse tutta me stessa, tanto da essere costretta a stringermi con le mani la schiena dolorante, al pensiero che le inservienti del supermercato trovassero a fine giornata un carrello colmo di alimenti che puzzavano di pesce. “Questa la racconterò a tutti!” continuavo a ripetere, mentre non riuscivo a porre termine alla crisi di riso, al limite di un pianto isterico. Il venerdì successivo mi presi una giornata di permesso dal lavoro, in quanto avevo diverse commissioni da sbrigare. Eravamo d'accordo d'incontrarci alle dodici fuori dal supermercato.
Fu lì infatti che mi trovò, ferma in via Toscanini: “Lui” arrivò con l’auto e si fermò; io salii e ci dirigemmo verso casa. Sembrava soddisfatto, con un sorriso a tutta faccia, anche se non mi convinceva, perché leggevo nel suo sguardo una brillantezza direi quasi perversa. Chissà, pensai, che cosa ha combinato oggi. Ma, avvolta nei miei pensieri, lasciai perdere ogni indagine, distraendomi a guardare fuori dal finestrino. Con un richiamo, “Lui” interruppe le mie riflessioni: “Oggi non potrai dire che non ho fatto una spesa abbondante.” Cercava un gesto di approvazione da parte mia. Girai lo sguardo alle mie spalle e vidi infatti il sedile posteriore colmo di sacchetti gialli del supermercato, straripanti. Certo che se aveva anche riempito tutto il retro dell’auto, pensai, la spesa doveva essere davvero abbondante. Incuriosita, replicai: “Allora per cena avremo la zuppa di pesce?”- “Ecco,- disse - riesci sempre a farmi sentire in difetto. Con tutti i soldi che ho speso, mi rinfacci che non ho comperato la zuppa di pesce.” - Decisi di lasciare perdere, non avendo voglia di discutere, tanto con “Lui” non c’era molto da fare.
Arrivati a casa, ci dividemmo i compiti: “Lui” scaricava dalla macchina i sacchetti e io, vuotandoli, mettevo ogni cosa al suo posto. Cominciai a vedere cibi di cui non avevamo mai fatto uso: tra sughi, scatolette varie ed inutili ce n'erano addirittura sei di cibo per gatti. Gli chiesi se si fosse semmai procurato a mia insaputa un’amante costretta a sfamare una decina di gatti. “Insolente - rispose - nessun rispetto per tua madre.”- Ma, dato che non vi può essere nulla di più inutile che girare intorno ad un problema, perché si torna sempre al punto di partenza, presi coraggio e cercai di affrontarlo andando al cuore della questione.- “Papà, penso che tu questa volta abbia seguito la lista della spesa di un’altra famiglia.” -Non ci fu risposta. Fu rimandata a dopo, quando fu “Lui” a decidere di iniziare: “Dovevo venirti a prendere! Avevo preso di un impegno di orario con te, o no?” Ecco, se c’era qualcosa di disarmante, era proprio il sentirsi ritorcere le responsabilità. -“Dentro al supermercato ho incontrato Federico che mi ha fatto perdere un sacco di tempo. Sai, giovedì siamo a cena da loro…” -“Papà, non divagare, veniamo al dunque!” -“Era già tardi e dovevo venirti a prendere.” -Ed anche questa volta aspettava, da parte mia, un impulso a continuare. -“Allora?”- “Il mio carrello era letteralmente sparito.” -Ecco, c'eravamo di nuovo: la colpa questa volta era del carrello, che "era sparito”. “Ho girato parecchio, ma non l’ho trovato, in quella bolgia di vecchiette.” -“Già, anche le vecchiette, poverine, quando il supermercato è gremito di bei maschioni.”- dissi io con voluta insolenza. -“Non avevo certo il tempo necessario per rifare la spesa. Nella mischia, fra i carrelli momentaneamente senza possessore, ne ho scelto uno che, grosso modo, mi poteva andare bene.”- chiuse in modo sbrigativo, facendomi capire che non intendeva sentire repliche al riguardo.
La volta successiva vi fu una novità veramente unica nella sua specie: finalmente la spesa era perfetta! Ma non era questa la novità, anche se dovrebbe essere considerata tale. -“Stavo uscendo dal supermercato - mi disse esageratamente trafelato, solo perché voleva la massima attenzione - quando si è messo a suonare l’antitaccheggio. Un’esperienza traumatica. Tutti gli occhi addosso.” Certo, “Lui”, il grande dirigente, sul cui capo era calato il sospetto di furto. -“Pensa che umiliazione, che ansia. Le mani mi si erano bagnate di sudore.” -A dire il vero quel giorno, sin dal primo momento in cui lo vidi, mi resi conto di qualcosa di nuovo in lui. Non ci feci caso immediatamente, in quanto l’attenzione era rivolta a quello che aveva da dirmi. Una volta sollevata dalla conclusione del suo discorso:- “Io in quel supermercato non ci vado più, perché oramai è ora di cambiare aria!”- e magari avesse detto "io non vado più a fare le spesa!", vidi nel taschino della sua giacca qualcosa di insolito che luccicava.
Allungai la mano ed estrassi una penna d’oro bianco, intorno a cui dondolava un minuscolo cartoncino appeso ad un filino rosso. Se la mano destra teneva stretta con estrema cautela il prezioso oggettino, la mano sinistra, spinta dalla curiosità che partiva dal cervello, afferrò il cartoncino, che girò da una parte e poi dall’altra fra le dita. Fu tutto palese: era uscito senza pagarla. –“Papà, hai fatto giornata: ti sei rifatto del doppio della spesa!” Certo, aveva preso la penna dall'espositore solo con l’intento di scrivere una nota ad un amico, che aveva avuto la grossa colpa di farsi incontrare al centro commerciale, poi distrattamente l'aveva infilata nel taschino. La conclusione? Aveva deciso di cambiare supermercato perché ne aveva di buoni motivi.
La sua caparbietà lo fece continuare nella grande avventura, ma almeno, come consolazione, da quel momento in avvenire, mi trovai per cena, nella scodella di coccio, una superiore zuppa di pesce, mai assaggiata, neppure nei ristoranti a quattro stelle.
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