Grosse novità in azienda
| I racconti di Francesca |

L’aria che si respirava in azienda quella mattina era pesante, tanto da essere palpabile. Era, come ci fossero fra i colleghi, improvvisamente, atteggiamenti di reticenza a cui “Lui” non era in grado di dare giustificazione. “E’, senza dubbio, in atto qualcosa di nuovo! ”, concluse fra sé.
Iniziò così nel suo animo uno stato ansioso che si sarebbe attenuato se almeno fosse riuscito dare alla presunta novità, forma e contenuto. Escogitò il sistema di far domande in giro, volutamente indirette, contorte, inutili e vaghe, con lo scopo di trarre dalle risposte qualche utile indizio. Sembrava che ognuno sapesse, ma che convenisse loro tenere per sé.
Una cosa era certa: non doveva uscire allo scoperto; se gli altri si fossero accorti che era l’unico a non sapere, avrebbe fatto la figura del coglione. Disse allora a voce alta: “E sì, grosse novità…..-e ancora- Ma chi l’avrebbe mai detto”.
Un collega, passandogli vicino curioso ma ignaro di tutto, lo pagò con la stessa moneta, buttando per l’aria la frase: - “Certo, se il tutto va bene a te, a noi ancora meglio.”- Si sentì mozzare il fiato. Avrebbe dovuto smettere di tormentarsi e lasciare fare al caso, prima o poi sarebbe stato messo, pure lui, al corrente di tutto. Ma quell’ansia lo avvolgeva senza lasciargli un attimo di pace, specialmente ora che l’intervento del collega lo aveva emotivamente coinvolto.
Entrò in ufficio il ragioniere Cagotti e il caso volle che, volgendo lo sguardo verso di lui, si fermasse a scrutarlo incredulo, più del dovuto, dall’alto degli occhiali appoggiati in punta di naso. Al che “Lui”, a quella insistenza, sentì improvvisamente, l’impulso di fare pipì, tanto che istintivamente strinse fortemente le gambe. Allora che fare ? Andare in bagno per liberarsi di quell’improvviso bisogno fisiologico oppure attendere di sapere cosa volesse Cagotti, di così importante da sentirsi costretto ad alzarsi dalla sua scrivania, sprecando il suo preziosissimo tempo per entrare nell’ufficio dei “mozzi”?. Ma ogni enigma fu palese immediatamente.
Capì che Cagotti, voleva incrociare il suo “mascolino” sguardo con la “gattina”, un triangolino per gonna che scopriva due lunghe gambe e magliette volutamente aperte sul davanti che mettevano in evidenza due scamorze secche per tette, non contento di averle già offerto un caffè lungo quaranta minuti. E lei rideva ad ogni sua ben stronza battuta, ma più che risate le sue sembravano gorgheggi che seguivano tutti lo stesso iter: un inizio quasi ineluttabile che prendeva poi forma fino a giungere ad una fase acuta che si ripeteva tre volte per poi affievolirsi, fino ad esaurirsi e svanire nel nulla. Erano per lei, un segnale di approvazione immediata, un modo per defilarsi dal prendere posizione per essere poi in pace con tutti: un vero toccasana per Cagotti, personaggio coraggioso, che decideva di buttare un sasso nello stagno quando era certo di non essere visto. Ma alla battuta melliflua di Cagotti:- “Se ti tagliassi i capelli ragazzo”- alzando lo sguardo e dirigendolo proprio di nuovo verso di lui, terminò:- “Chi vivrà, vedrà le novità” -risero anche i ruffiani, ma più che risate sembravano lamenti di “stitici” sulla tazza. Uscito Cagotti, vi fu una contemporanea alzata di sguardi interrogativi e maliziosi, dai relativi computer: - “Chi sa, ha il sacrosanto obbligo di estrinsecare”. – ‘Lui’, avrebbe voluto gridare, ma, ricordandosi della pipì, corse nel luogo appartato e lentamente se ne liberò.
Si soffermò a rimirarsi allo specchio della toeletta, interrogandosi: - “Ma perché dovrei tagliarmeli?” rifletté. Non fosse altro per il ricordo di una frase che gli ripeteva un recente perduto amore: -“Hai la bellezza inquietante di un cristo appena sceso dalla croce”.- Sì, era veramente bello - approvò- e la lunghezza dei capelli, di un lucido corvino, riccioluti al punto giusto, contribuiva.
Con le mani se li ravvivò in modo che alcune ciocche più corte scendessero sul viso ovale e scarno. - “Così sembro ancora più inquietante”.- si sorrise mentre i suoi profondi occhioni verdi scintillarono compiaciuti, di una luce sinistra.
Uscendo scontrò Pignatti, il collega dell’ufficio accanto, e con tono disinvolto gli chiese:- “Avrete saputo anche voi, non è vero?”.- Il collega prima lo guardò con aria interrogativa poi, frettolosamente, come chi avesse da fare qualcosa di molto urgente, lo liquidò con: -“L’importante è non farci caso”.- “Ma porca miseria - pensò- se esistono dei colleghi imbecilli, li devo incontrare tutti io?”-
Ora era determinato. Doveva sapere. A qualunque costo. Andò, con una scusa qualsiasi, al piano di sotto e cercò di scoprire qualcosa che avesse potuto cogliere anche dal più piccolo segno. Nell’aria si sentiva un brusio monotono, determinato dal ticchettio regolare di tasti su cui erano chinate quindici teste. Nessuno si scompose al suo passaggio. Scoraggiato fece finta di dover incontrare il ragioniere Menotti che, grazie alla sorte, era occupato con un estraneo. Risalì le scale e tornò, scornato, al suo posto. Gli balenò improvvisamente un’idea geniale. - “Certamente… Già, la gattina, sa senza dubbio tutto. Basterà un complimento alle sue gambe, lei riderà come suo solito, e grazie a questa inflazionata gratificazione, il dilemma sarà risolto”. -Ma lei in quel momento era al telefono e, terminato il colloquio, disse che era stata chiamata da Cagotti, quindi si alzò ed uscì. Fu allora che guardò l’orologio.
Mancavano solo quaranta minuti all’uscita. Oramai era rassegnato a rimandare al domani la sua ricerca, quando l’usciere, come al solito, entrò in ufficio per far scivolare su ogni scrivania la rispettiva corrispondenza interna. Fra tante buste gialle ne scorse una bianca. Era insolita. L’aprì e la lesse alla mercé di tutti quegli sguardi che, almeno questa volta, avrebbero dovuto, obbligatoriamente, essere discreti. Poche righe, per una grande decisione. -“Siamo lieti di comunicarle che occorre la sua prestazione immediata a …duecento chilometri di distanza”. -Riconobbe lo scarabocchio a mo’ di firma. Era di Cagotti. Non profferì parola e, volutamente, salutò come ogni sera senza che nulla trapelasse dal suo comportamento. Si sentiva costernato. Se ne sarebbe andato, senza dire nulla a nessuno. Fu fermato proprio quando era già sull’uscio dalla “gattina” che gli disse:- “Allora non ci concedi un arrivederci?”.- “Già - disse tra sé- allora ‘sta stronza sapeva tutto e stava al gioco”.
Nessuno seppe, perché nessuno se ne accorse, che prima di infilare la porta di uscita, Lui, aveva fatto una capatina in cortile dove, da tempo, nella aiuola della azienda nasceva, non coltivata, una vigorosa pianta di ortica. Aveva colto diversi ramoscelli, e con diligente professionalità, riuniti un pugnetto di quelli spilli tanto capricciosi che, se si infilano sotto la pelle occorre un “bricco” per liberarsene.
Nessuno fece caso che, ritornato su suoi passi, entrato nell’ufficio di Cagotti, già felicemente uscito con il sorriso a tutta faccia, a braccetto con la gattina, che rideva e rideva, per lasciare cadere il tutto sullo spugnoso cuscino della sua regale poltrona.
Molti si domandarono, perché il giorno seguente Cagotti, dopo solo trenta minuti di permanenza in azienda, con ben tre intervalli per correre in bagno, ben visibilmente sofferente, a gambe aperte, tradendo quindi il suo stile e la sua perfetta eleganza, digrignando denti, se ne fosse andato.
“Lui” fu richiamato immediatamente in sede, in quanto Cagotti, ne avrebbe avuto per diverso tempo.A questo punto entrò in scena “il destino crudele” che ogni tanto si intromette nella vita umana per cambiare rotta, cammino facendo, poiché era scritto che le cose dovessero andare diversamente.
Il direttore del reparto mandò, per qualche ora si era inteso, alla scrivania di Cagotti la “gattina”, perché solo lei era in grado di mettere in ordine quelle carte, ed intanto mise il “maschio dall’inquietante bellezza” al posto della “gattina”. Ma mentre “Lui”, il bello, ‘trasse enorme piacere ’ nel sedersi sul cuscino della ‘gattina’ in quanto emanava il suo calore umano non ancora esauritosi, per la ‘gattina’ fu ben diverso e, solo dopo quaranta minuti, dovette andarsene.
E volarono quindi nell’aree aziendale le più grandi illazioni. Finalmente anche ‘i non creativi ’ sempre a corto di argomenti di conversazione, avevano qualcosa da dire, concedendo gratuitamente, il proprio contributo e saggio punto di vista.
“Ma chi l’avrebbe mai detto!!”. -“ Lei, una così brava ragazza”.- “E che si vergogni, padre di tre figli”. – “Ma davvero può venire l’orchite ad una donna ?”. “Non può essere”. -e ancora- “Deve essere senza dubbio una dermatite da contatto”.
Ma il più acuto, quello che riesce sempre a parlare per ultimo, esplicò: -“Se è una dermatite, questo non lo sappiamo. L’unica cosa certa e’ che, ci è stato contatto-”. E come il solito il tutto si esaurì in una corale e fragorosa risata.
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